Biessea ACTH ENDOGENO

ACTH endogeno: monitoraggio terapeutico nei pazienti addisoniani

L’ipoadrenocorticismo spontaneo primario (Morbo di Addison) è una patologia endocrina su base immunomediata che richiede una terapia di mantenimento con mineralcorticoidi e glucocorticoidi a vita. Nel trattamento del morbo di Addison il principale glucocorticoide utilizzato è il prednisolone, ma in letteratura non sono riportate chiare linee guida riguardo al dosaggio nella fase di mantenimento del paziente e le eventuali variazioni di posologia sono generalmente basate solo su rilievi clinici (solitamente per evitare un possibile Cushing iatrogeno).

In questo interessante articolo che vi proponiamo, è stata introdotta la MISURAZIONE DELL’ACTH ENDOGENO (eACTH) nel controllo della terapia in cani affetti da Morbo di Addison per cercare di determinare la dose finale di prednisolone il più possibile simile alle concentrazioni fisiologiche. I pazienti inclusi nel gruppo di studio sono statti trattati con prednisolone (dosaggio iniziale 0,2 mg/kg BID) in associazione a fludrocortisone (dosaggio iniziale 0,01 mg/kg BID).

Lo studio retrospettivo di Zeugswetter e Haninger ha dimostrato che l’introduzione della misurazione della concentrazione di eACTH può aiutare ad ottimizzare la terapia steroidea nei pazienti affetti da morbo di Addison, con lo scopo di arrivare alla dose più bassa possibile comunque in grado di evitare la ricomparsa dei segni – sintomi di Addison.

Al momento della diagnosi tutti i pazienti hanno eACTH molto elevato; al momento delle dimissioni, avendo cominciato la terapia con prednisolone tutti i pazienti presentano invece eACTH completamente soppresso, al punto da non essere misurabile.

La misurazione dell’eACTH nei successivi monitoraggi viene suggerito poiché:

  • un valore di eACTH al di sotto del limite di rilevabilità (non misurabile) esclude con elevata probabilità un sottodosaggio;
  • il dosaggio di prednisolone può essere aggiustato fino a quando scompaiono eventuali sintomi di un sovradosaggio (Cushing iatrogeno) e quando il valore di eACTH supera il limite di rilevabilità, quindi risulta essere misurabile.

Tuttavia, il principale limite nell’utilizzare l’eACTH come marker per il controllo della terapia nei pazienti Addisoniani è la sua estrema instabilità: anche se conservato refrigerato degrada rapidamente entro 24 ore dal prelievo (falsi decrementi).

Per la misurazione dell’eACTH è necessario raccogliere il sangue in provette con EDTA, centrifugare immediatamente, separare il plasma in una provetta vuota e congelarlo. Nel caso in cui il campione così congelato riesca a giungere in laboratorio entro poche ore è sufficiente spedirlo refrigerato (con siberino o apposito imballaggio da richiedere in laboratorio). Nel caso in cui invece il campione debba viaggiare con corriere nazionale, deve esserne garantito il congelamento per l’intera durata del viaggio.

Sul nostro sito trovate tutte le informazioni per eseguire correttamente il prelievo a questo link.

 

Zeugswetter FK and Haninger T.  Prednisolone dosages in Addisonian dogs after integration of ACTH measurement into treatment surveillance. Tierarztl Prax Ausg K Kleintiere Heimtiere 46(2): 90-96, 2018


linfocitosi matura 2

Linfocitosi Matura nel Cane e nel Gatto

linfocitosi matura 2

I linfociti sono la seconda popolazione numericamente presente nel sangue sia nel cane che nel gatto. La linfocitosi è un’alterazione abbastanza aspecifica e si verifica in corso sia di condizioni “parafisiologiche” sia in corso di patologie parassitarie, virali, batteriche, neoplastiche, endocrine ed immunomediate. Indagare questa alterazione ematologica avendo un ventaglio ampio di ipotesi diagnostiche, può essere una sfida per il clinico.

Quale è l’approccio diagnostico consigliato in corso di linfocitosi matura? Specifichiamo matura perché è evidente che la presenza di linfociti immaturi, atipici orienta verso differenziali unicamente neoplastiche. Dobbiamo innanzitutto rispondere a queste domande:

Di che entità numerica è la linfocitosi?

Aumenti lievi e moderati hanno numerose diagnosi differenziali, ma aumenti molto marcati (maggiori di 50-60.000 linfociti/microlitro) restringono il campo alle forme neoplastiche (leucemia linfocitica cronica, linfoma di basso grado V stadio).

Il paziente presenta un quadro clinico e clinico-patologico che possono chiaramente spiegarci la linfocitosi?

Il dato deve sempre essere interpretato insieme a segnalamento, anamnesi, quadro clinico e altri dati clinico-patologici avendo in mente l’elenco delle possibili diagnosi differenziali (vedi sotto).

La linfocitosi è persistente e/o ingravescente?

Quando viene rilevata una linfocitosi inspiegabile (paziente asintomatico oppure non è possibile identificare una causa), il primo passo è ripetere nel tempo l’esame emocromocitometrico per valutarne l’andamento. Linfocitosi transitorie parafisiologiche sono ad esempio quelle post-vaccinali, quelle del cucciolo (intervalli di riferimento diversi dall’adulto) o quelle secondarie al rilascio di catecolamine (nel gatto, in seguito a stress acuto). Una linfocitosi persistente anche in assenza di segni o sintomi clinici deve sempre essere approfondita. Nel caso in cui il numero dei piccoli linfociti tenda ad aumentare nel tempo, è più probabile che si tratti di una forma neoplastica.

Le cause di linfocitosi matura sono:

  • Fisiologica, legata all’età (cuccioli e gattini)
  • Indotta da stress acuto (gatto)
  • Reazione immunitaria post vaccinale
  • Patologie parassitarie (es: Leishmania, Toxoplasma, Babesia, Spirocerca lupi)
  • Patologie batteriche (es: Bartonella henselae (gatto) ed Ehrlichia)
  • Patologie virali (es: FeLV)
  • Anemia emolitica immunomediata (gatto)
  • Linfoma a piccole cellule V stadio
  • Leucemia linfocitica cronica (CLL)
  • Timoma
  • Morbo di Addison
  • Ipertiroidismo (gatto)

Linfocitosi inspiegabili e citometria a flusso

In assenza di condizioni cliniche e/o alterazioni clinico- patologiche (ivi compresi test per malattie infettive negativi ad esempio) che indirizzino verso una delle diagnosi differenziali qui sopra elencate e dopo aver confermato la persistenza della linfocitosi matura, il test meno invasivo e che può fornirci indicazioni essenziali è l’immunofenotipizzazione mediante citometria a flusso. Attraverso questa analisi è possibile nella maggior parte dei casi distinguere le linfocitosi reattive (infiammatorie, infettive) da quelle neoplastiche e in alcuni casi, in presenza di determinati fenotipi, giungere a una diagnosi definitiva (linfoma, leucemia). Nei casi in cui l’immunofenotipizzazione non fornisca risposte definitive, è consigliabile richiedere l’analisi della clonalità linfoide (PARR).

 

Bibliografia:

  • Schalm’s Veterinary Hematology. Weiss DJ, Wardrop KJ. Sixth edition. 2010
  • Veterinary Hematology, a Diagnostic Guide and Colour Atlas. Harvey JV. First Edition. 2012
  • Avery AC, Avery PR. Determining the significance of persistent lymphocytosis. Vet Clin North Am Small Anim Pract. 2007 Mar; 37(2):267-82, vi.

 

 


agglutinaziner salina + caldo

Agglutina o non agglutina? Questo è il dilemma! Lavaggio degli eritrociti con soluzione fisiologica (Saline Agglutination Test)


La diagnosi di anemia emolitica immunomediata (IMHA) si basa sulla presenza di una serie di alterazioni clinico-patologiche che tanto più sono presenti tanto più la supportano. Tra le più importanti ricordiamo:

  • Presenza di sferociti (solo cane)
  • Presenza di ghost cells (cane e gatto)
  • Agglutinazione
  • Iperbilirubinemia, bilirubinuria
  • Policromasia (rigenerazione)
  • Test di Coombs o anticorpi anti eritrociti positivi

La diagnosi viene considerata “facile” quando sono presenti più di 2-3 di queste alterazioni. Sfortunatamente esistono casi seppur meno frequenti in cui nessuna di esse è presente, come ad esempio in corso di IMHA nei confronti dei precursori midollari.

Tra quelle citate forse la più importante e dotata di maggiore specificità per IMHA è la presenza di autoagglutinazione. Il principio per il quale si sviluppa agglutinazione è che gli eritrociti ricoperti di antigeni e anticorpi si “appiccicano” in modo piuttosto forte tra di loro, venendo a formare dei grappoli più o meno voluminosi. Se ne può sospettare la presenza osservando macroscopicamente il campione in provetta (FOTO 1), oppure mettendo un paio di gocce di sangue su un vetrino (FOTO 2); anche la lettura strumentale del campione risulta frequentemente alterata, con presenza di macrocitosi estrema e aumento inverosimile di MCHC.  In tutti questi casi la sospetta agglutinazione deve essere confermata eseguendo un lavaggio con soluzione fisiologica; questo test serve ad escludere che possa trattarsi di pseudo-agglutinazione (FOTO 3), causata dalla presenza di rouleaux (FOTO 4).

Si tratta di un test di facile esecuzione, che ciascuno può effettuare presso la propria struttura. La corretta procedura prevede di miscelare sangue da provetta EDTA con soluzione fisiologica in rapporto da 1:4 a 1:10; per non inondare il vetrino conviene utilizzare una eppendorf vuota, poi risospendere il campione e porre una goccia su vetrino. A questo punto sulla goccia viene posto un coprioggetto e il vetrino viene osservato al microscopio chiudendo il diaframma (come quando si esamina il sedimento urinario). In caso di pseudoagglutinazione gli eritrociti si staccano uno dall’altro e fluttuano liberi nella soluzione (FOTO 5), mentre in caso di agglutinazione si visualizzano ancora i grappoli (FOTO 6).

Rilevare la presenza di agglutinazione è estremamente utile per indirizzare il sospetto diagnostico: alcuni lavori hanno stabilito per questo test una specificità molto elevata (85-100%), che significa che è estremamente improbabile che un paziente che agglutina non abbia una IMHA (falso positivo). Viceversa, un test negativo non consente di escludere del tutto un’emolisi immunomediata poiché in non rari casi non sono presenti immunoglobuline in grado di formare legami forti. Un test di agglutinazione positivo consente anche di evitare ulteriori approfondimenti quali il test di Coombs o la ricerca di anticorpi anti-eritrocita, test che invece sono fortemente consigliati quando vi è il sospetto di IMHA ma non sono presenti le alterazioni classiche sopraelencate.

Bibliografia:

  • Garden OA et al. ACVIM consensus statement on the diagnosis of immune- mediated hemolytic anemia in dogs and cats. 2019. J Vet Intern Med.;1–22.
  • Caviezel LL, Raj K, Giger U. Comparison of 4 direct Coombs' test methods with polyclonal antiglobulins in anemic and nonanemic dogs for in-clinic or laboratory use. 2014 J Vet Intern Med. 28:583-591.
  • Paes G. et al.The use of the rapid osmotic fragility test as an additional test to diagnose canine immune-mediated haemolytic anaemia. Acta Vet Scand; 55:74.
  • http://eclinpath.com/hematology/morphologic-features/red-blood-cells/patterns/

Ipotiroidismo canino

Ipotiroidismo canino: e se la diagnosi fosse sbagliata?

 

Articolo su Ipotiroidismo canino

 

Poiché come si dice “le malattie non leggono i libri” non è sempre facile arrivare a una diagnosi “definitiva” poiché non sempre i risultati dei test che effettuiamo rappresentano un quadro appunto “da libro”. Questo a mio parere è particolarmente vero in corso di endocrinopatia.  E’ certamente capitato a molti di noi di mettere in discussione una diagnosi di ipotiroidismo precedentemente fatta da altri colleghi, ma anche da noi stessi! Molti pazienti non presentano quadri “da libro” (vedi TT4 basso, cTSH alto); a volte non è possibile disporre di tutti test diagnostici (fT4 in equilibrio dialitico, scintigrafia tiroidea, anticorpi anti tireoglobulina, test di stimolazione con TSH), altre volte la diagnosi si basa purtroppo sulla misurazione del solo TT4 che ha specificità piuttosto bassa (diminuzioni secondarie a patologie concomitanti non tiroidee, somministrazione di alcuni farmaci).

Comunque siano andate le cose, pur non avendo una diagnosi convincente, il cane è stato messo in terapia e per poter indagare nuovamente la funzionalità tiroidea, la terapia deve essere sospesa poiché la somministrazione di levotiroxina determina la soppressione dell’asse ipotalamo - ipofisi - tiroide anche nei cani eutiroidei.  Quanto tempo deve quindi trascorrere dalla sospensione?

Nell’articolo di Ziglioli et al. è stato dimostrato che in cani sani eutiroidei trattati con 26 ug/kg sid di levotiroxina per 16 settimane la funzionalità tiroidea torna alla normalità già dopo una settimana di sospensione.

Seppure questa sia già una utile indicazione, bisogna considerare che il lavoro è stato fatto su cani sani e che quindi non è detto che le conclusioni siano “trasferibili” a pazienti affetti da qualsiasi condizione patologica che potrebbero avere risposte differenti.  Inoltre il lavoro si è limitato a valutare un preciso dosaggio (che peraltro veniva aumentato o diminuito del 25% dopo la prima settimana di terapia al fine di portare nell’intervallo terapeutico consigliato la concentrazione di levotiroxina) e non è possibile sapere se i tempi di sospensione sarebbero diversi in caso di dosaggio superiore o di somministrazione BID.

Potete trovare l’articolo open access a questo link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28432797

  • Ziglioli V et al. Effects of Levothyroxine administration and withdrawal on the hypothalamic-pituitary-thyroid axis in euthyroid dogs. Journal of Veterinary Internal Medicine 31: 705-710, 2017

sferociti corpo

Alterazioni morfologiche eritrocitarie: Sferocitosi

sferociti corpo
Biessea sferociti corpo

Gli sferociti sono eritrociti sfericizzati in seguito alla parziale fagocitosi di una parte della loro membrana da parte dei macrofagi: il classico pallore centrale non è più evidente e appaiono più piccoli degli altri eritrociti semplicemente perché sono rigonfi e non più piatti, ma il loro volume non è inferiore a quello degli altri RBC.  Gli sferociti sono facilmente identificabili nel cane, mentre nel gatto è praticamente impossibile distinguerli dagli eritrociti normali poiché questi ultimi mancano del pallore centrale; nella specie felina si utilizzano come marker di emolisi le ghost cells.

La sferocitosi marcata è patognomonica per anemia emolitica immuno-mediata (IMHA): gli eritrociti ricoperti da immunoglobuline vengono letteralmente morsicati dai macrofagi di fegato e milza (emolisi extravascolare) perdendo così la loro forma a disco biconcavo. Altre cause di sferocitosi meno comuni riportate in letteratura includono: danno ossidativo (zinco, paracetamolo), morso di vipera o di vespa, disordini istiocitari emofagocitici, deficienza dell’enzima piruvato chinasi nel Basenji, diseritropoiesi ed altre patologie che possono essere causa di frammentazione degli eritrociti (es. microangiopatie). In tutti questi casi il loro numero generalmente non è elevato.

In un paziente anemico, la presenza di ≥ 5 sferociti per campo ad immersione 100x è suggestiva di anemia emolitica immuno-mediata (IMHA) (63% sensibilità, 95% specificità). Quando si esamina lo striscio è molto importante scegliere l’area corretta dove identificarli: non verso la coda dove spesso tutti gli eritrociti sembrano perdere il pallore centrale (FOTO 1 cane, coda dello striscio non patologico), bensì nel corpo dello striscio, dove comunque è presente un monostrato (FOTO 2 cane, corpo dello striscio non patologico).

Nella maggior parte dei casi riconoscerli nel cane è semplice (FOTO 3 cane, anemia emolitica immunomediata dove sono visibili chiaramente sferociti); il caso più ingannevole nella nostra esperienza si verifica quando TUTTI gli eritrociti sono sferociti, per cui non avendo paragoni con eritrociti “sani” col pallore centrale, possono sfuggire. In questi casi è di fondamentale importanza valutare il caso nell’insieme: se il paziente è anemico, agglutina, rigenera, magari è anche itterico, deve venirci il dubbio che si tratti di una popolazione unica di sferociti! (FOTO 4 cane, anemia emolitica immunomediata con numerosissimi sferociti)

 

Bibliografia:

  • Garden OA et al. ACVIM consensus statement on the diagnosis of immune- mediated hemolytic anemia in dogs and cats. Journal of Veterinary Internal Medicine: 1–22, 2019
  • Harvey JV. Veterinary Hematology, a Diagnostic Guide and Color Atlas. First Edition Elsevier, 2012
  • Stockham SL and Scott MA. Fundamentals of Veterinary Clinical Pathology. Second edition Blackwell, 2008

Cane, Elettroforesi sierica capillare: Angiostrongilosi

Angiostrongilosi ed Elettroforesi

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Biessea foresi-picco-beta-angio-2
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Biessea foresi-picco-beta

L’Angiostrongilosi canina è una malattia parassitaria causata da Angiostrongylus vasorum, nematode che si localizza nella forma adulta nelle arterie polmonari e nel cuore destro del cane (ospite definitivo). È una patologia emergente in Italia come in tutta Europa, sia perché negli ultimi anni è aumentata l’attenzione nei confronti della patologia che viene più spesso ricercata anche attraverso screening sierologici, sia per l’aumento dei vettori (chiocciole e lumache) e dei serbatoi (volpi) nelle aree periurbane.

Questa malattia ha una presentazione clinica molto variabile, tanto che Angiostrongilo è stato definito il grande imitatore.  

La forma acuta (infrequente) è caratterizzata da insufficienza cardiaca destra acuta (tosse, sincopi, versamento addominale ed epatomegalia); la forma cronica è caratterizzata dal progressivo peggioramento delle funzionalità respiratoria e cardiaca e dall’alterazione della coagulazione (trombocitopenia, DIC, iperfibrinogenolisi) causando diatesi emorragica. La comparsa della sintomatologia neurologica è conseguente a emorragie intracraniche o a embolie, secondarie ai disturbi della coagulazione. Se non trattata per tempo, la patologia può essere letale.

Proprio perché può essere complesso stabilire la probabilità di malattia solo sulla base del quadro clinico, alcune alterazioni di laboratorio diventano particolarmente utili per orientare il sospetto diagnostico, e tra queste ricordiamo l’elettroforesi sierica: un incremento della frazione β delle globuline, soprattutto quando non associato ad aumento di altre classi, in un paziente che vive o ha soggiornato in area endemica per questa patologia deve sempre farci annoverare tra le diagnosi differenziali quella di angiostrongilosi.

La diagnosi viene in genere effettuata mediante il test di Baermann su triplice raccolta di feci (un campione per 3 giorni consecutivi) o con un test sierologico antigenico immunocromatografico su siero.

Altre alterazioni clinico-patologiche che possono essere riscontrate in modo incostante sono: trombocitopenia, eosinofilia, alterazioni del profilo coagulativo esteso (DIC cronica o scompensata) anemia, ipercalcemia;alcuni test antigenici per Dirofilaria Immitis possono risultare falsamente positivi (cross-reattività).

Tra le altre e più frequenti cause di aumento delle beta globuline ricordiamo:

  • Infiammazione acuta (solitamente con aumento concomitante delle α globuline)
  • Infiammazione cronica (solitamente con aumento concomitante delle γ globuline)
  • Sindrome nefrosica (solitamente con aumento concomitante delle α globuline)
  • Aumento delle immunoglobuline IgM e IgA (solitamente con aumento concomitante delle γ globuline)
  • Epatopatie, enteropatie croniche
  • Neoplasie ematopoietiche (es. mieloma multiplo, linfoma, leucemia)
  • Emolisi marcata (interferenza analitica)

Bibliografia:

  • Adamantos et al. Coagulation status in dogs with naturally occurring Angiostrongylus vasorum infection. 2015. S. J Small Anim Pract. Aug;56(8):485-90
  • Wessmann A. et al. Brain and spinal cord haemorrhages associated with Angiostrongylus vasorum infection in four dogs Vet Rec. Jun 24;158(25):858-63.
  • Chapman PS et al.   Angiostrongylus vasorum infection in 23 dogs (1999-2002). 2004. Journal of Small Animal Practice 45: 435–440.
  • Paradies P et al. Canine Angiostrongylosis in naturally infected dogs: clinical approach and monitoring of infection after treatment. 2013. Scientific World Journal .Dec 29;2013:702056
  • https://www.fecava.org/files/ckfinder/files/CVBD_Angiostrongylosis_final.pdf
  • Schnyder M, Deplazes P. Cross-reactions of sera from dogs infected with Angiostrongylus vasorum in commercially available Dirofilaria immitis test kits. 2012 Parasit Vectors. Nov 13;5:258.

Cellule non classificabili

Le Cellule Non Classificabili

Cellule non classificabili
Biessea img Cellule non classificabili

Le cellule non classificabili sono cellule circolanti nel sangue periferico delle quali non è possibile identificare la linea cellulare di appartenenza sulla sola base delle caratteristiche morfologiche.

Queste cellule vengono sia inserite all’interno della formula leucocitaria e quindi enumerate (importante è il numero assoluto!) sia vengono descritte nel referto (dimensioni, aspetto citoplasma, aspetto nucleo).

La presenza di queste cellule può essere secondaria a:

  • Grave reattività dei linfociti
  • Ematopoiesi accelerata, conseguente a una richiesta acuta dell’organismo (es: perdita ematica con forte rigenerazione, flogosi acuta e grave)
  • Leucemia acuta
  • Linfoma V stadio
  • Spill- over di linfoma
  • Spill- over di neoplasia solida non di origine linfoide

Il numero assoluto di tali cellule è molto importante: se molto numerose (diverse migliaia) orientano verso la forma neoplastica (solida extramidollare o leucemia). Nel caso siano in numero esiguo è necessario monitorarne il numero ripetendo l’esame emocromocitometrico. In caso persistano o aumentino di numero è consigliabile eseguire esame citofluorimetrico (per differenziare una forma reattiva da una forma neoplastica e per identificare il citotipo), eventualmente eseguire un esame del midollo osseo o cercare neoplasia solida.


Rapporto cortisolo ATCH (CAR)

Rapporto Cortisolo – ACTH (CAR)

L’ipoadrenocorticismo è una patologia endocrina caratterizzata da minore o assente produzione di glucocorticoidi e-o mineralcorticoidi. La forma più frequente è l’ipoadrenocorticismo primario (morbo di Addison) causata da una distruzione immunomediata dalla corteccia surrenalica che porta di conseguenza a un deficit di glucocorticoidi e di mineralcorticoidi. L’ipoadrenocorticismo secondario è una condizione più rara ed è causato da un’insufficiente produzione di ACTH a livello ipofisario, con successiva mancata produzione di glucocorticoidi ma con livelli di mineralcorticoidi normali.

La misurazione del cortisolo basale, a causa delle marcate fluttuazioni circadiane, non è utile per questa diagnosi (bassa specificità); tuttavia è un test dotato di elevata sensibilità, per cui un livello normale o elevato consente di escludere questa patologia con probabilità molto elevata.

Il Gold Standard per la diagnosi di ipoadrenocorticismo primario è il test di stimolazione con ACTH. A causa della recente difficoltà nel reperire il Tetracosactide (Synacten) e dell’aumento del suo prezzo di mercato, si è cercata una valida alternativa.

Soggetti con ipoadrenocorticismo primario presentano bassi livelli di cortisolo e alti livelli di ACTH, e quindi hanno un CAR inferiore rispetto ai soggetti che non presentano questa malattia; si è stabilito che un CAR inferiore a 0.01 è altamente suggestivo di ipoadrenocorticismo primario (Sensibilità 100%; Specificità 99%).

Il vantaggio di questo test è che si deve eseguire un singolo prelievo e non è necessario reperire il Synacten per confermare il sospetto diagnostico.

Il suo limite consiste nell’instabilità dell’ACTH. Il campione deve essere raccolto in provette con anticoagulante K3EDTA e centrifugato immediatamente; il plasma deve essere subito raccolto e  possibilmente spedito congelato: errori in fase preanalitica comportano una falsa riduzione dei livelli di ACTH. Oltre all’aliquota di plasma K3EDTA congelato per la misurazione dell’ACTH, è necessario prelevare contestualmente anche un’aliquota di siero per la misurazione del cortisolo.

Vi raccomandiamo di contattare anticipatamente il laboratorio per poter organizzare la spedizione del  campione.

 

Evaluation of the Cortisol-to-ACTH Ratio in Dogs with Hypoadrenocorticism, Dogs with Diseases Mimicking Hypoadrenocorticism and in Healthy Dogs. Boretti FS et al. 2015. J Vet Intern Med; 29:1335–1341

Use of the Cortisol-to-ACTH Ratio for Diagnosis of Primary Hypoadrenocorticism in Dogs, Lathan P. et al. 2014. J Vet Intern Med;28:1546–1550

Aldosterone-to-Renin and Cortisol-to-Adrenocorticotropic Hormone Ratios in Healthy Dogs and Dogs with Primary Hypoadrenocorticism. Javadi S. et al. J Vet Intern Med; 20:556–561


Gatto Biessea

Delta FIP

La peritonite infettiva felina (FIP) è una malattia letale causata dall’interazione tra un Coronavirus mutato e il sistema immunitario dell’ospite.

La diagnosi di questa malattia è sempre stata considerata una sfida per il clinico e tutt’ora non è possibile avanzare una diagnosi di certezza, se non mediante l’esame istologico di prelievi bioptici o in corso di necroscopia con successivo esame immunoistochimico.

Si può ipotizzare una diagnosi presuntiva in base alla combinazione di storia clinica, diagnostica per immagini ed esami di laboratorio.

Recenti studi hanno proposto la valutazione su versamento del DELTA WBC. Questo parametro viene prodotto dallo strumento che si utilizza per leggere l’ematologia nel nostro laboratorio, il Sysmex XT2000iV, una macchina contaglobuli automatica che funziona sia a impedenza sia laser. La conta dei leucociti avviene con la seconda e produce un doppio valore: DIFF e BASO.

Il primo classifica le cellule in base alla complessità ed alla quantità di acido nucleico, mentre il canale BASO divide le cellule in base al volume ed alla complessità dei residui cellulari che rimangono in seguito ad una reazione con una sostanza acida che lisa tutte le cellule, eccetto i basofili. La differenza tra le cellule contate del canale DIFF e BASO viene definito DELTA WBC.

In corso di FIP questo numero risulta essere più elevato che in corso di altre patologie; si ipotizza che questo avvenga perché nei versamenti in corso di FIP il reagente del canale BASO crea coaguli per la presenza elevata di fibrina e di globuline, intrappolando le cellule e ne impedisce la lettura, in questo modo creando una differenza maggiore tra le cellule contate dal canale DIFF e BASO. Questo è ciò che vi è alla base del test di Rivalta ma con una standardizzazione meccanica.

Il cut off che è stato stabilito è:

  • Delta WBC >1.7: sospetto di FIP (sensibilità 90%, specificità 93.5%)
  • Delta WBC > 2.5: fortemente sospetto di FIP (specificità 100%)

Modalità di prelievo e conservazione del campione:

Raccogliere il versamento (circa 1 mL) in provetta con anticoagulante con K3EDTA e consegnarla al laboratorio entro 12-18 ore dal prelievo. La presenza di frustoli/coaguli macroscopicamente visibili non consentirà la lettura strumentale.

 

Pinto da Cunha N,Giordano A,Caniatti M,Paltrinieri S. Analytical validation of the Sysmex XT-2000iV for cell counts in canine and feline effusions and concordance with cytologic diagnosis. Vet Clin Pathol. 2009. 38:230–241.

Giordano A, Stranieri A, Rossi G, Paltrinieri S. High diagnostic accuracy of the Sysmex XT-2000iV delta total nucleated cells on effusions for feline infectious peritonitis. Vet Clin Pathol. 2015. 295–302