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L’elettroforesi delle proteine sieriche
Indagine di
laboratorio, spesso sottovalutata, ma di rilevante importanza nell’iter
diagnostico e prognostico di alcune patologie. Mediante tale metodica, le
proteine sieriche, in un mezzo a PH basico, sottoposte ad un campo elettrico
costante, tendono a migrare verso il polo positivo con una differente velocità
di migrazione (direttamente proporzionale alla carica elettrica e inversamente
proporzionale alla massa molecolare), dividendosi in “bande” o “zone” di
migrazione.
I tracciati elettroforetici una volta colorati sono letti mediante il
densitometro: le bande proteiche vengono trasformate in picchi di diversa
altezza, a base larga o stretta a seconda della loro intensità di colorazione e
della loro larghezza, che rispecchiano la quantità proporzionale delle diverse
proteine contenute nel siero.
Sul protidogramma di un animale normale si ritroveranno quindi diversi picchi e
curve: il primo, più alto e stretto è quello di albumina, seguito da quello
molto basso di α1 globuline, e da quelli di α2, di β1, di β2 globuline; al
termine del grafico si vanno a posizionare le γ globuline con una curva bassa e
larga.
Aumenti o diminuzioni in altezza o nel numero di tali “picchi”, sono quindi da
mettere in relazione all’aumento o alla diminuzione patologica o fisiologica
delle proteine che le compongono.
Variazioni relative a erroneo campionamento
Si possono
verificare falsi aumenti di β globuline per migrazione di plasma, anziché di
siero: il fibrinogeno (presente nel plasma anche in concentrazioni pari a
500-600 mg/dl) migra tutto in zona β2 causando un aumento proporzionalmente
rilevante, ma non patologico, di queste proteine.
Situazione simile si ha anche con la migrazione di campioni sierici emolizzati o
lipemici: sia l’emoglobina, sia le lipoproteine vanno infatti a posizionarsi
tutte in zona β causandone un aumento più o meno importante.
Variazioni fisiologiche
Importante
ricordare che la composizione in proteine del siero varia con l’età
dell’animale: soggetti appena nati hanno basse concentrazioni di proteine (<5
g/l) e basse quote di globuline, che aumentano man mano con la somministrazione
del colostro e con l’alimentazione raggiungendo valori “normali” tra i 6 mesi e
l’anno di vita. Nell’animale anziano, al contrario, si possono avere valori più
alti di γ globuline e leggermente più bassi di albumina.
Durante l’ultimo periodo di gravidanza vi è una diminuzione di globuline, per
loro passaggio nel colostro, mentre nel corso di lattazione è l’albumina a
diminuire per un suo passaggio nel latte.
Variazioni patologiche
Albumina
L’aumento è
associato essenzialmente a emoconcentrazione.
La diminuzione può essere associata ad aumentato catabolismo (cachessia) o a
perdita secondaria a nefropatie proteino-disperdenti (d/d con esame dell’urina),
a enteropatie proteino-disperdenti (diminuzione di tutte le frazioni) e a
ustioni e piaghe estese.
Tale proteina, infine, essendo considerata una proteina negativa della fase
acuta infiammatoria, diminuisce anche quando il fegato infiammato o neoplastico
non è in grado di sintetizzarla in modo adeguato (d/d con alterazioni degli
enzimi epatici e/o acidi biliari).
Alfa globuline
Questo gruppo
di proteine comprende le proteine della fase acuta positive (α1-antitripsina,
siero amiloide A, aptoglobina, α1-antichimotripsina, α2-macroglobuline e
ceruloplasmina) la cui produzione viene considerevolmente aumentata nel primo
periodo dell’infiammazione (soprattutto le alfa1). Un loro aumento può essere
quindi associato a: infiammazioni epatiche, infiammazioni renali, setticemie,
infiammazioni e necrosi tumorali.
Beta globuine
Proteine della
fase acuta infiammatoria positive: proteina C reattiva, transferrina,
beta-lipoproteine. Proteine dell’infiammazione cronica (aumento in una/tre
settimane): complemento, immunoglobuline (IgM). Un aumento delle beta globuline,
se associato ad un aumento in zona alfa, è maggiormente significativo di un
danno infiammatorio recente o tumorale, se associato a un aumento delle
gammaglobuline, è più significativo di un danno infiammatorio cronico,
probabilmente di natura parassitaria, infettiva o immunomediata.
Gamma globuline
A questo gruppo
appartengono essenzialmente le immunoglobuline che vengono prodotte in seguito a
infiammazioni croniche e in risposta ad agenti batterici, micotoci, virali,
protozoari e parassitari. Inoltre, una loro aumentata sintesi può essere dovuta
a tumori a carico delle cellule linfoidi (linfociti B e plasmacellule), quali
leucemie, linfomi, mielomi e plasmocitomi extramidollari. La diminuzione, oltre
che per condizioni da perdita (vedi albumina), può dipendere da ipoplasie o
aplasie linfoidi (ereditarie o acquisite).
Gammopatie: monoclonali, oligoclonali e policlonali
Gli aumenti in
altezza della curva delle gamma globuline (o la comparsa di picchi), dipendono
da un’aumentata produzione di immunoglobuline.
Quando gli anticorpi prodotti appartengono a diverse classi e si ha sul
protidogramma la presenza di una curva alta, a base larga (con l’eventuale
presenza di più picchi), si parla di gammopatia policlonale. Al contrario,
quando vi è la produzione di un’unica classe di immunoglobuline e si ritrova sul
tracciato elettroforetico la presenza di un unico picco a base relativamente
stretta, si parla di gammopatia oligoclonale.
Infine, per picco monoclonale si intende un picco estremamente alto, con base
molto stretta, che rispecchia una produzione anticorpale massiva di un unico
tipo di anticorpo a scapito di tutti gli altri.
Le gammopatie policlonali (con aumenti significativi) sono solitamente associate
alla Leishmaniosi, all’Ehrlichiosi, alla peritonite infettiva felina, alle
colangio-epatiti (spesso con aumento anche delle beta-proteine), alle
parassitosi gravi, alle piodermiti e, più raramente ai disordini autoimmuni. Le
gammopatie oligoclonali anch’esse associate alla Leishmaniosi, all’Ehrlichiosi e
alla FIP, sono state viste anche in associazione a FIV, FeLV e a leucemie. In
ultimo, la “vera” gammopatia monoclonale è quella associata a mieloma multiplo e
a plasmocitoma secernente. |